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Il giuramento di sangue di Annibale Barca

Il generale cartaginese con un rancore così potente divenne ampiamente considerato uno dei più grandi comandanti militari della storia, soprattutto perché grande stratega, uomo astuto, ma anche non rispettoso dei patti e traditore della “fides exercituum” cioè delle regole che governavano i combattimenti.
 
Prima della partenza per la Spagna, Amilcare portò il figlio di solo nove anni, Annibale, nel tempio di Melqart e lì gli fece pronunciare un terribile giuramento:

 Per terra e per mare, quando l’età lo consenta, col ferro e col fuoco inseguirò i Romani e compirò i destini […]. Niente mi sarà d’ostacolo, né gli dei né i trattati che vietano la guerra, né le Alpi eccelse o la rupe Tarpea. Questo disegno giuro sul nostro dio, Marte, e sui tuoi Mani, regina.
 
(Silio Italico, Punica, I 114-119)

Annibale nasce nel 247 a.C. a Cartagine, città nell’attuale Tunisia, da una famiglia aristocratica. La sua formazione è punica ma un militare spartano, Sosilo, si occupa di perfezionare la sua formazione fisica e militare; Alessandro Magno diventa un modello da emulare. Il nome familiare è Barca, nome di origine semitica significa “benedizione” che sottolinea un legame con la divinità Melqart di cui Amilcare è sacerdote e al cospetto della quale avviene il giuramento di Annibale bambino.
 
Gli uomini della dinastia Barca erano comandanti militari e politici ed Amilcare, dopo la prima guerra punica (264-241 a.C.) combattuta in Sicilia, ha un incarico nella penisola iberica, così parte con un esercito portando con sé il figlio Annibale di nove anni e il genero Asdrubale (237 a. C), in quel momento il sud e l’est della Spagna erano territorio cartaginese. Le grandi doti militari di Amilcare gli consentono di conquistare miniere d’oro e d’argento nella “Sierra Morena”, di fondare la città di Barcelona ma muore in battaglia contro tribù iberiche. Asdrubale prende il suo posto e riesce a costruire come Alessandro Magno uno stato territoriale cartaginese: fonda una capitale, si fa ritrarre su alcune monete, fa costruire un palazzo reale, attua una politica di fusione tra i Cartaginesi e le popolazioni iberiche sottomesse facendo crescere il potere personale. Col tempo Annibale matura una decisione inaudita: attaccare Roma sul suo territorio. Nel 221 a.C. muore Asdrubale ed Annibale assume il comando delle truppe cartaginesi in Spagna; Livio racconta (XXI 4, 2-9) che Annibale radunò tutto l’esercito: i veterani ebbero l’impressione che fosse tornato Amilcare da giovane, la sua natura era obbedire e comandare ed aveva grandissimo coraggio nell’affrontare i pericoli e grandissima prudenza in mezzo ai pericoli stessi, non sentiva la fatica e non si demoralizzava mai. Era come i suoi commilitoni, non si distingueva da loro, era il primo fra i cavalieri come tra i fanti, per primo andava in battaglia e per ultimo si ritirava a battaglia finita. Queste erano le virtù dell’uomo, tanto grandi, a cui corrispondevano anche grandi vizi: una crudeltà disumana, una grande perfidia, nessun rispetto per i contenuti della religione, per il sacro, nessun timore per gli dei, nessun riguardo per i giuramenti, nessuno scrupolo religioso.

Dalla costa orientale della Spagna si può partire verso Roma, ma Annibale non dispone di una grande flotta militare, resta una sola possibilità: valicare le Alpi, e nel 218 a.C. affronta la neve, un difficile percorso per i soldati e per gli animali ma con grande ingegno riesce a trovare soluzioni incredibili come quello di spaccare le rocce con l’azione del fuoco, dell’aceto e del ferro per creare percorsi meno pericolosi. La sua capacità di stare con i soldati era grande, quando erano demoralizzati li sosteneva dicendo che superate le Alpi di fatto erano già a Roma. Il suo progetto era quello di indurre i “Galli” della Pianura Padana e altre popolazioni italiche anche se rozze e feroci ad allearsi con lui contro Roma, e ci riuscì trasformandole in uno strumento di vittoria. Annibale pone grandissima cura nello studio psicologico dell’avversario e fa leva sul carattere del nemico per ottenere quei vantaggi che si rivelano poi decisivi sul campo di battaglia. Crea un’imboscata nella battaglia del lago Trasimeno (217 a.C.): Annibale provoca i romani ad inseguirlo dopo aver devastato il territorio etrusco. Quindi si incammina lungo la riva del lago Trasimeno e lo supera, ma le sue fanterie leggere e galliche si dispiegano per vie nascoste lungo la cresta che lo costeggia. Quando il console Flaminio, ripreso l’inseguimento senza un minimo di ricognizione, si accorge che spagnoli ed africani gli bloccano il passaggio, tenta di schierarsi in battaglia, ma è perfettamente inutile, perché l’inaspettato attacco sul fianco ne ha già decretato la sconfitta. I Romani sono costretti a spostarsi verso le acque del lago, dove moriranno tutti annegati a causa delle pesanti armature.

Per i valori dell’etica romana le strategie basate sull’astuzia non erano concepibili e Annibale così facendo aveva rotto il giuramento divino della “fides”. La fides consiste nella fedeltà reciproca a cui i Romani, davanti agli dei, si impegnavano con chi giudicavano loro pari; questo ideale era valido in ogni ambito, dalla vita privata a quella pubblica a quella militare.  

I Romani, abituati a scontrarsi sul campo con eserciti per dimostrare il proprio valore, non capiscono il modo di agire dell’esercito cartaginese e vengono sconfitti anche a Canne (216 a.C.), una delle peggiori sconfitte della storia romana. Annibale incarna l’uomo militare e per lui è una dote positiva saper usare l’astuzia utilizzando sistematicamente l’inganno. Questa visione della guerra gli è stata trasmessa dal padre e soprattutto da Sosilo, il suo formatore/addestratore spartano. Annibale, avendo un esercito composto da gruppi mercenari, faceva combattere i suoi uomini divisi per etnia e a ogni gruppo etnico affidava un ruolo in cui potesse esprimere la sua specificità, la sua vera forza. Annibale perfeziona la tattica macedone dell’accerchiamento modificandola sulla base delle caratteristiche dell’esercito di cui dispone. Nella sua mente la battaglia è un tutto unico: certo, lo scontro sul campo sarà diviso in momenti e in azioni diverse, ma in realtà si tratta di un solo, unico movimento compiuto dall’esercito nel suo complesso. Ma i Romani, a questo punto, iniziano a imparare direttamente da lui. Adottando una politica estera volta ad attrarre a Roma gli alleati di Cartagine, in particolare i “Numidi” famosi per la potente cavalleria, Publio Cornelio Scipione si prepara allo scontro in Africa, a Zama (202 a.C.).  Nessuno meglio di Scipione si rese conto che Annibale aveva aperto un orizzonte inesplorato nell’arte della guerra basato su uno sviluppo della tattica macedone fondata su armi combinate, inventando un nuovo tipo di battaglia, e ne comprese tanto bene il meccanismo da diventarne il miglior interprete. Dopo una serie di tatticismi la battaglia si trasforma in uno scontro frontale. A questo punto l’esito è in mano alla fortuna e al valore e i Romani vincono la battaglia grazie proprio alla cavalleria numidica che accerchia lo schieramento. Dopo un ritorno a Cartagine e l’esilio, la fine del grande comandante avviene in Bitinia quando, trovato finalmente dai Romani e circondata la sua casa, Annibale non potendo fuggire si avvelena nel 183 a.C.

Galleria

The Blood Oath of Hannibal Barca

Hannibal- Elephant
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hannibal battles
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Hannibal crossing the Alps
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Hannibal Trasimeno lake battle
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Trasimeno Lake Battle
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Battle of Cannae
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Zama battle, Cornelis Cort painter, 1567
Zama battle, Cornelis Cort painter, 1567
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Publius Cornelius Scipio
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publius cornelius scipio1
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Goya-Aníbal_vencedor_contempla_por_prime
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Giovan_Battista_Pittoni_Annibale_giura_o
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la presa di Cartagine Tiepolo
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